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#antichità

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“ I sacrifici umani erano la consuetudine cartaginese più biasimata dai greci e dai romani. Per quanto vari popoli mediterranei l'avessero praticata in certi periodi, la maggior parte di quelli piú civili l'aveva ben presto abbandonata: così era avvenuto, ad esempio, in Grecia. A Roma essa sopravvisse un poco piú a lungo, e in momenti di grave crisi, quando il fanatismo religioso si faceva maggiormente sentire, venne talora rimessa in vigore: cosi accadde nel 216, dopo la battaglia di Canne, quando due galli e due greci furono seppelliti vivi nel Foro. Erano soprattutto il carattere regolare e ufficiale dei sacrifici e il numero e l'età delle vittime cartaginesi a impressionare gli altri popoli mediterranei. Si affermava che Dario, re dei persiani e quindi anch'egli «barbaro» agli occhi dei greci, e Gelone, il vincitore di Imera, avessero tentato entrambi di porre fine a quell'uso, ma si tratta probabilmente di una leggenda. A Cartagine nessun re o profeta insorse a condannarlo, com'era avvenuto in Giudea, e il distacco dall'osservanza stretta dei sacrifici sembra essere stato graduale e probabilmente dovuto al contatto con il mondo greco. È da notare che i romani del terzo secolo, pur diffamando nella loro propaganda di guerra tutti gli aspetti della vita cartaginese, appuntarono raramente i loro strali contro i sacrifici umani. Nella sua descrizione dell'olocausto di cinquecento bambini nobili, avvenuto nel 310, Diodoro non denuncia soltanto il fanatismo dei cartaginesi ma indica che negli anni precedenti tale pratica era stata trascurata. In un altro tofet [santuario] scoperto ad Adrumeto le urne degli strati piú antichi (sesto e quinto secolo) contengono soltanto ossa umane, mentre nel quarto secolo compaiono ossa di animali miste a ossa umane o sole, e negli strati piú recenti si trovano soltanto ossa di animali.
Secondo le nostre fonti, alcune delle quali però alquanto dubbie, i sacrifici venivano celebrati annualmente, erano sempre eseguiti con bimbi maschi e costituivano un obbligo imposto alle famiglie piú ragguardevoli della città. Non sappiamo però se determinate famiglie fossero o meno tenute per legge a offrire un bambino in sacrificio. È probabile che, in teoria, tutti i cittadini di pieno diritta dovessero partecipare agli olocausti; presso i cananei , popolo di cui i fenici erano originalmente una frazione, e presso i loro vicini gli israeliti ognuno era obbligato a offrire agli dèi i «primi frutti», fra cui erano compresi i primogeniti.
La concezione che ispirava quest'uso era estremamente primitiva: la «virtú» degli dèi doveva essere alimentata da continue offerte di sangue affinché la loro funzione protettiva e fertilizzante proseguisse. Le sconfitte subite ad opera di Agatocle vennero attribuite al fatto che coloro su cui ricadeva almeno un forte obbligo morale si erano sottratti al dovere del sacrificio. Quasi tutte le steli sembrano indicare che l'olocausto era stato offerto per sciogliere un voto dopo l'intervento favorevole di una divinità, ma ciò non significa che il sistema sacrificale avesse un fondamento puramente contrattuale. La religione di Cartagine era tutta permeata dal senso della debolezza e sottomissione dell'essere umano di fronte alla schiacciante e capricciosa potenza degli dèi, e dalla necessità di placarli. L'onomastica cartaginese rispecchia quest'atteggiamento di dipendenza: Asdrubale significava «il mio aiuto è Baal», Annibale «prediletto da Baal», Amilcare «servo di Melqart», e moltissimi altri nomi presentavano analogo contenuto religioso. “

B. H. Warmington, Storia di Cartagine, Einaudi (collana Piccola Biblioteca Einaudi), 1974²; pp. 186-87.

[Edizione originale: Carthage, Robert Hale Ltd, London, 1960]

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Tito Livio, Ab Urbe Condita, 27-14 a.C.
E più innanzi vorrei che mi seguisse con l'animo, per vedere come venendo meno a poco a poco la disciplina morale i costumi dapprima si siano rilassati, poi sempre più siano discesi in basso, ed infine abbiano preso a cadere a precipizio, finché si è giunti a questi tempi, in cui non siamo più in grado di sopportare né i nostri vizi né i rimedi.
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Tratto da: Lettera a Diogneto (testo di ignoto risalente probabilmente alla seconda metà del II secolo), a cura di M. Perrini, Brescia, La Scuola ed., 1984; p.49.
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è dovuta ad un'intuizione geniale o alle elucubrazioni di spiriti perdono dietro a vane questioni. Essi non professano, come tanti altri, dottrine umane insegnate insegnate dall'uno o dall'altro caposcuola. Sono sparpagliati nelle città greche o barbare secondo che a ciascuno è toccato in sorte. Si conformano alle usanze sociali nel vestire, nel cibo, nel modo di comportarsi; e tuttavia nella loro maniera di vivere manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale. Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono tutti i loro doveri di cittadini eppure portano il peso della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria ed ogni patria terra straniera.
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Raccolta di incisioni all’acquaforte raffiguranti vedute architettoniche delle antichità romane.La prima edizione risale al 1756.

“Le antichità romane, opera del cavaliere Giambattista Piranesi, architetto veneziano, divisa in quattro tomi” (edizione del 1784)

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CORNELIA E LE ALTRE

Le donne dell'antica Roma conobbero una crescente emancipazione, tanto che in epoca imperiale, vennero anche accusate di trascurare i loro doveri di mogli e madri per dedicarsi a mestieri considerati tradizionalmente maschili. Le donne romane patrizie ricevevano  una buona educazione per questo vi furono nella storia diverse figure intellettuali al femminile, delle quali la più nota Cornelia, madre dei Gracchi, lodata per le sue epistole persino da Cicerone. Esistevano fra l'altro donne gladiatore o gladiatrici. Le giovani potevano andare in sposa anche all'età di 12 anni! L'adulterio era considerato un reato solo se commesso dalla donna, se il pater familias ne esprimeva la necessità,  veniva punito con la pena di morte. Le donne indossavano il perizoma, una fascia per il seno (strophium, mamillare) o una guaina (capetium) e una o più tuniche subuculae, intessute con lana o lino ed in genere prive di maniche. Sopra la subùcula veniva indossato il sùpparum oppure la stola fermata in vita da una cintura (cingulum). Se l’abito della donna onesta doveva essere assai discreto lasciando scoperto solo il viso, non altrettanta sobrietà veniva tributata agli accessori; col passare degli anni il rango sociale di appartenenza venne ostentato con gioielli sempre più vistosi. Secondo le leggi augustee, una donna doveva avere almeno tre figli oppure ogni lascito ereditario sarebbe finito in mano ai parenti del marito o allo stato. Assolto il proprio dovere, le donne utilizzavano spesso pozioni contraccettive o abortive allo scopo di scongiurare altre gravidanze che avrebbero potuto essere loro fatali. 

Pubblicato su “La Cicala Parla” 2018 - l’almanacco di via Boccea - Roma

almanaccolacicalaparla
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Gli antichi per ritrovare se stessi si sottoponevano a diversi riti, legati spesso da un comun denominatore: a piedi nudi sulla terra brulla o sull’erba. Credevano che per potersi riappacificare con il proprio ‘Io’ più profondo, bisognasse dapprima entrare in contatto con la natura anima e corpo. Infatti la natura non soltanto a loro dire era adatta a pacificare ma soprattutto era un ottimo specchio dei comportamenti umani; un animo impavido e sfrontato era visto come il mare aperto, l’ira più profonda come la tempesta più potente e l’amore più vero come vento fresco. E un animo ramingo a cosa poteva essere paragonato?

A un fiore che è sul punto di sbocciare: al contempo delicato ma resiliente e pronto alla lotta.

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L'opera d'arte è sempre stata riproducibile fin dall'antichità, veniva riprodotta manualmente con diversi scopi: dagli allievi per esercitarsi, per la diffusione delle opere o per guadagni di terzi.

La riproduzione intesa come imitazione manuale di disegni, quadri o sculture è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere.

Le tecniche utilizzate, oltre alla copia a mano, sono silografia, stampa, acquaforte e puntasecca, in seguito la litografia e solo dopo la fotografia.

Con quest'ultima tecnica la grafica riesce a tenere il passo della stampa.

Ora si possono fissare le immagini alla velocità della parola: la riproducibilità tecnica acquista un vero e proprio primato tra le pratiche artistiche.

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