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#cuore

Con gli uomini ho sempre avuto il problema di non interessarmi alla loro personalità. Li ho sempre visti come esemplari da divertimento. Poi ho scoperto che hanno un cuore, un cervello, una dimensione, una spina dorsale e tutto è cambiato. In pratica, se prima vedevo in giro il 90% di possibilità, oggi ne vedo il 10. Una sottrazione essenziale per chi sceglie la vita e non gli scarti.

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Dicono che il cuore è solo un muscolo come gli altri e che non è in grado di far provare emozioni o sentimenti. Ed è vero. Non è il cuore che hai nel petto a farti provare dei sentimenti, ma è il cuore dell’anima. Ed è proprio quest'ultimo che può spezzarsi, e quando lo fa..dentro di te senti un rumore indimenticabile, un rumore che ti segnerà per sempre. Ma da fuori non si sentirà nulla e nessuno si accorgerà del tuo dolore, della tua morte.

-cuore-di–ghiaccio.

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Imparare a lasciar andare

Allontanare dalla propria mente

Tutte quelle immagini

Che a poco a poco si faranno fievoli

Lasciar scorrere sul viso

Le lacrime che si getteranno in un oceano

Nel quale dovremo imparare a nuotare

Lasciarsi alle spalle quelle coste

Viaggiare alla scoperta di nuove terre

E non trattenere niente

Il cuore saprà custodire quel che davvero conta

I ricordi, quelli preziosi

Capaci di farci sopravvivere

E vivere

Continuare a crescere, maturare

Sbocciare come tulipani

E imparare a lasciarci andare quando torneranno i giorni di pioggia

E ricominciare ancora

Tutto da capo

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1o luglio.

[…] Nulla mi urta di più di quando vedo gli uomini tormentarsi a vicenda, specialmente se sono giovani, nel fior fiore della vita; ossia quando potrebbero essere apertissimi a tutte le gioie, e invece si guastano i pochi giorni veramente belli tenendosi il broncio e accorgendosi troppo tardi dell’irreparabile sperpero.
[…] il discorso cadde sulle gioie e i dolori della vita, non potei fare a meno di afferrare il filo che mi si offriva per scagliarmi con molta vivacità contro il cattivo umore.
– Noi uomini,  – incominciai a dire,  – ci lamentiamo spesso che le giornate buone siano poche e tante quelle cattive, ma credo che lo più abbiamo torto. Se avessimo sempre il cuore aperto al godimento del bene che Dio ci assegna per ogni giornata, avremmo anche forza sufficiente per sopportare il male quando capita.
 – Ma i nostri umori non sono sempre in nostro potere,  – osservò la moglie del pastore;  – molto dipende dal corpo, se non si sta bene di salute non è a posto con nulla.
Ammisi che aveva ragione.
 – Vogliamo allora,  – proseguii,  – considerarlo una malattia e domandarci se esiste un rimedio?
 – Questo mi va a genio,  – disse Carlotta,  – penso almeno che molto dipenda da noi stessi. Lo so per mia esperienza. Se qualche cosa mi irrita e sta per farmi arrabbiare, mi scuoto e vado a cantare un paio di contraddanze su e giù per il giardino, ed ecco che mi passa subito.
 – Proprio questo volevo dire,  – replicai;  – avviene, col cattivo umore, esattamente come con l’indolenza; esso non è che una forma d’indolenza. La nostra natura è molto incline alla pigrizia eppure, se soltanto abbiamo la forza di scuoterci, ecco che il lavoro esce dalle nostre mani con facilità e troviamo un vero godimento nell’attività.
Federica era molto attenta, il giovanotto mi obiettò che non si è padroni di se stessi e tanto meno si può comandare ai propri sentimenti.
 – Qui si tratta di un sentimento sgradevole,  – risposi,  – di cui ognuno si libererebbe volentieri; e nessuno sa fin dove arrivano le sue forze, finché non le ha provate. Certo, chi è malato, si metterà in giro a consultare tutti i medici, affronterà rinunzie, non respingerà nemmeno le medicine più amare per conseguire la desiderata salute.
Mi accorsi che l’onesto vecchio sforzava l’udito per poter partecipare alla nostra discussione; alzai la voce e volsi il mio discorso a lui:
 – Si predica contro tanti vizi  – dissi,  – ma non ho mai sentito attaccare dal pulpito il cattivo umore.
 – Questo è compito dei pastori di città,  – disse;  – i contadini non hanno il cattivo umore, tuttavia non farebbe male, di tanto in tanto, nemmeno qui; sarebbe una lezione per la moglie del pastore e per il signor podestà.
Tutta la compagnia rise e insieme con gli altri anche lui, cordialmente, finché gli prese una tosse che interruppe per un certo tempo i nostri discorsi; dopo di che fu il giovanotto a prende la parola:
 – Lei ha chiamato il cattivo umore col nome di vizio; ciò mi sembra esagerato.
 – Niente affatto,  – risposi,  – specie se la cosa con cui uno nuoce a se stesso e al suo prossimo merita questo nome. Non ci basta forse non essere capaci di renderci felici a vicenda, dobbiamo rubarci anche le gioie che ogni cuore è ancora in grado di concedere a se stesso? E mi nomini l’uomo che pur essendo di cattivo umore è tanto bravo da saperlo nascondere e sopportarlo da solo senza distruggere la gioia intorno a sé. O non si tratta piuttosto di un intimo malumore per la propria indegnità, un disgusto di se stessi, sempre collegato a qualche sentimento d’invidia aizzato da una sciocca vanità? Noi vediamo uomini felici che non debbono a noi la loro felicità e ciò è insopportabile.
Carlotta mi fece un sorriso vedendo la commozione con cui parlavo, e una lacrima negli occhi di Federica mi fu di sprone a continuare.
 – Guai a coloro che si valgono del potere che hanno su un cuore per rapirgli le semplici gioie che vi germogliano spontaneamente! Tutti i doni, tutti i favori del mondo non compensano un attimo di intima gioia, che l’invidiosa cattiveria del nostro tiranno ha trasformato in veleno.
In quel momento il mio cuore era gonfio, alcuni ricordi del passato urgevano entro l’animo mio e gli occhi mi si empirono di lacrime.
– Ognuno dovrebbe dire giornalmente a se stesso,  – esclamai:  – «Tu non hai altro potere sui tuoi amici se non quello di lasciare ad essi le loro gioie e di accrescere la loro felicità godendone insieme. Nell’intimo della loro anima essi sono tormentati da una passione angosciosa, sconvolti da un affanno, sei tu in grado di dare loro una goccia di balsamo? […] »

Johann Wolfgang von Goethe - I dolori del giovane Werther (1774)

Traduzione di Renato Ferrari (1983).

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“​​Sono fatta di cose nascoste.

Sono fatta di cose che non mi piace mostrare subito,

mi piace tenerle per me e conservarle per quando sento,

per quando riesco a sentire che, sì,

ne vale la pena di mostrarle.

Sono fatta di cose nascoste.

Mi piace sussurrarle a bassa voce,

silenziosamente.

Come la dolcezza. E’ estrema.

E’ celata nelle parole, negli occhi, nei sorrisi.

E’ dentro, nei sogni. Tace, è radicata dentro.

E’ custodita gelosamente.

Chi smuove la corazza, la mia corazza

fatta di cemento, di dura fragilità,

mi fa tremare.

Tocca la mia sensibilità,

posa una mano sul cuore.

Sono fatta di cose nascoste,

e ogni piccola cosa mi emoziona.

Non mostro facilmente la dolcezza,

ma ne scrivo, ne parlo.

E’ scritta sulle mani, sulle lacrime,

su un abbraccio.

E’ tutta lì.

Sono fatta di cose nascoste.

Come la luna, alla notte.

Mi mostro un po’ alla volta.

Mi nascondo.

Poi, (ri)splendo…”


— Tiziana Curcio

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