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#jeff buckley

La scelta del giorno n. 6 è ricaduta su un disco che ha fatto letteralmente da spartiacque nella mia vita.
C'è un Roberto che ascolta musica prima di questo disco, ed uno dopo. Inutile ragionarci oltre. E’ andata così.
Ho più o meno 19 anni, quindi deve essere un momento che cade tra il 1999 ed il 2000; in questa fase storica, a Catanzaro, c'è un altro negozio di dischi, un po’ più vicino a casa mia ed al Liceo nel quale mi sono diplomato un anno prima o giù di lì e, sebbene normalmente il suo assortimento sia concentrato sul mainstream, capita anche di trovarci album un po’ più particolari.
Da loro compro due dischi, in questo periodo, in particolare: “Substance”, raccolta di pezzi dei Joy Division ed altro grande amore della mia vita di ascoltatore, e questo qui di cui parlo oggi.
E’ un pomeriggio di una settimana qualunque, faccio due passi, capito nel negozio e vedo questa cover. Un ragazzo imbronciato, occhi chiusi, microfono vecchio stile in mano, nome dell'artista e titolo del disco.
La memoria viaggia veloce e mi ricorda che ho letto, più o meno, da qualche parte - Rumore, come sempre, molto probabilmente - che si tratta di un bellissimo disco. Ho dei soldi in tasca e, completamente al buio su genere, brani e quant'altro, me lo porto a casa.
A casa dei miei, dove vivevo all'epoca, lo stereo era stato confinato in una comoda nicchia della “stanzetta”, che ha sempre fatto da soggiorno per tutti noi: TV, videogames, videoregistratori, personal computers… e lo stereo, appunto. Mettendosi dentro questa nicchia si aveva accesso ad una colonnina che conteneva un giradischi, una piastra, un amplificatore ed un lettore CD.
Ovviamente, quando c'era qualcuno in stanza che vedeva la TV o faceva altro, bisognava usare le cuffie; però mettersi dentro quella nicchia e ascoltare dischi a ripetizione con le cuffie era diventata prestissimo una delle mie attività preferite di adolescente in assoluto, e non so contare le ore che ho passato lì dentro ad ascoltare dischi su dischi, a leggerne i testi, a chiudere gli occhi e non pensare più a nulla che non fosse la musica.
Lì ho incollato un poster di Kurt Cobain che fa il gesto di soffiare via il fumo da una pistola, e ci ho scritto sopra un collage di frasi tratte dai testi dei Nirvana che finisce con “The sun is gone, but I have a light” (tratta da Dumb, In Utero, circa 1993). Lì ho piazzato tutti i CD per i quali ho speso le paghette della nonna; lì sono rimasti tutti i vinili di mio fratello, dai quali attingerò moltissima della mia cultura musicale degli anni passati.
Lì, quel pomeriggio, mi appoggio con la schiena all'armadio dietro al quale si trova lo stereo, inserisco questo disco, infilo le cuffie e chiudo gli occhi.
Poi accadono due cose; finito il primo ascolto integrale del disco, tiro fuori lo scontrino d'acquisto dalla tasca e ci scrivo sopra  a penna nome dell'artista, titolo del disco e data in cui l'ho comprato, e lo infilo dietro il poster di Kurt Cobain nel muro. Immediatamente dopo, faccio ripartire il disco, integralmente, per la seconda volta.
Ora, io non conosco parole adatte per spiegare “Grace” a qualcuno, e ne sono state spese a milioni, da critici e scrittori molto migliori di me; non ho parole adatte per elogiare la voce di Jeff Buckley, e non voglio neppure cominciare a spiegarvi cosa significa, per la musica moderna, questo disco.
Voglio invece farvi entrare nel mio mondo, scegliendo UN pezzo da un disco che contiene solo brani meravigliosi. E non sceglierò a caso.
Siete pronti?
Avete diciannove anni; vi siete nutriti di nu-metal, di metal, di grunge, alternative rock, punk, in generale di musica che fa rumore e ispira rivolta.
Inserite “Grace” di Jeff Buckley nel lettore, senza sapere NULLA di lui o della musica che fa, col suo broncio da copertina davanti.
Parte questo pezzo qui, “Mojo Pin”.
L'arpeggio di chitarra, una voce mai sentita prima, l'attacco della batteria che parla il linguaggio del jazz più puro, un ritornello che riporta i piedi per terra nell'alternative rock, e QUEL finale - un finale dove improvvisamente tutti pestano e lui lancia QUELL'urlo che vi fa capire di essere davanti a qualcosa di estremamente speciale.
Certo, nel pezzo dopo (“Grace”) se aveste dei dubbi trovereste la definitiva conferma che si può gridare al capolavoro.
Ma è nella quieta e poi fragorosa rivoluzione di “Mojo Pin” che, per me, è racchiuso il senso di questo disco.
Mi ha aperto un intero universo, insegnandomi un nuovo linguaggio, rendendo differente ogni mio successivo approccio alla musica. Non è un disco, Grace: è un tesoro rarissimo.
Fatevi un favore: alzate il volume.


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i’m not crying and yearning, you are!

wanna time travel just to lay on a hotel room floor and listen to jeff buckley’s heavenly voice. or maybe i just want to travel and listen to this song every place i go.

0 notes · See All

Well bud, it’s officially been 23 years. I’ve been dreading this day since last month and it’s now here. And we still miss you each passing day. Jeff Buckley, you extraordinarily ordinary human: I’ll be thinking of you and your loved ones today. Even when the world is at perilous war with itself. Got my candle and got you in my thoughts. I love you.

11 notes · See All
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