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#urbanism
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Presidente Cappochin, questa volta mi rivolgo direttamente a lei, io sono contento per questi risultati e per la scelta di renderli pubblici che lei e tutto il Consiglio Nazionale avete meritoriamente compiuto. Ho letto nel comunicato stampa che durante l’evento si è riflettuto di un “futuro in cui il ruolo degli architetti sia centrale”. Non lo avevamo già discusso questo futuro durante il Congresso? Non avevamo preparato il Congresso con una campagna di ascolto dei diversi territori e degli architetti che esercitano la loro avventurosa professione nei diversi territori? Perché questo progetto di un “futuro in cui il ruolo degli architetti sia centrale” è solo partito? Io credevo stesse arrivando a destinazione. Siamo sempre all’inizio? La prego risponda a queste domande. Ci dica in quale cassetto hanno messo la Legge per l’architettura e l’Agenda urbana nazionale finanziata. E se non lo sa nemmeno lei, non abbia timore di dirci che potremmo essere anche 130000 a unirci per l’architettura ma non ci ascolterebbero comunque. Siamo sufficientemente adulti per capire che l’architettura non è ancora cultura e bene comune. Sia coraggioso come noi, ci dica come stanno le cose e non ci sottovaluti.

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David Madden & Peter Marcuse, In Defense of Housing: The Politics Of Crisis
Whether we dwell in caves or in condominiums, housing is a universal human practice. Home is an extension and expression of our capacity to create. It takes an infinite variety of forms, but making a home for ourselves is an essential and universal activity. Residential alienation is what happens when a capitalist class captures the housing process and exploits it for its own ends. Hyper-commodified housing is alienated housing. It is dominated by people who see dwellings through the eyes of an investor interested in profit or a technocrat interested in control, instead of seeing it as a social right. Commodified dwelling space is not an expression of the residential needs of those who live in it. It is determined by landlords, sublessors, management companies, real estate developers, banks, bailiffs, and bureaucrats–by the ensemble of social roles and institutions that prop up the seemingly inhuman laws of housing markets in contemporary society.
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Boeri è un fuoriclasse della comunicazione. La città per borghi (parti di città, anche se lui le chiama zone, nelle quali trovi tutti i servizi di cui puoi aver bisogno in 15 minuti e ognuno dei quali ha un parco importante vicino) e il tetto come nuovo ingresso degli edifici dal quale puoi spostarti negli edifici intorno come se fossi anche tu un drone, non possono che piacere a tutti. Non mi occupo dei tetti perché credo che ci sia poco da dire (o forse troppo da dire e ho altri impegni oggi). Parlerò dell’idea di trasformazione urbana di Boeri che è in trasformazione essa stessa essendo passata dalla strategia nazionale “adotta un borgo anche tu” a quella metropolitana “rendi borgo il tuo quartiere”. C’è un piccolo particolare che Boeri trascura volutamente. Il territorio in cui viviamo esiste già. Non lo stiamo costruendo per la prima volta e non abbiamo risorse per cancellarlo e rifarlo ex novo. Le attività che animano lo spazio, o lo mettono in tensione, inoltre, non nascono seguendo planimetrie e isocrone, nascono per tanti motivi e funzionano o non funzionano per altrettanti motivi. Ma perché non proviamo a essere un tantinello più elementari e parlare di qualcosa che sta da qualche parte, capire chi ci lavora e chi ci campa, come funziona, con quali altre parti del territorio interagisce, che forma ha, di quali spazi ha bisogno ecc. ecc.? È diventato tanto complicato affrontare la complessità del mondo iper tecnologico in cui viviamo con un minimo di rigore?

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